Storia di Lungro

Lungro (Ungra in lingua arbëreshë) è un comune italiano della Provincia di Cosenza, nella Regione Calabria. I suoi abitanti sono chiamati “lungresi”. Il comune conta 2 812 abitanti dall’ultimo censimento della popolazione; la densità di popolazione è di 79,9 abitanti per km² sul Comune. Il territorio si estende sul versante sud-ovest della catena montuosa del Pollino e giace ai piedi del monte Petrosa a 600 metri di altitudine, nel territorio delimitato a nord-ovest dal fiume Galatro ed a sud-est dal fiume Tiro su 35,2 km². Dal promontorio su cui sorge il paese, che guarda gran parte della Piana di Sibari, è possibile scorgere il magnifico Golfo di Sibari e le colline che salgono gradualmente verso i rilievi della Sila Greca. Comuni limitrofi sono Acquaformosa, Firmo, Saracena e Castrovillari.
Il nome Lungrum appare per la prima volta nella storia, intorno al secolo XII. L’etimo Lungrum o Ugrium sembra riferirsi alla particolare umidità del suo territorio. Secondo Domenico De Marchis , il suo nome deriva dal greco UGROS «ugros»/umido, fluido,acqua. Quest’ipotesi è avvalorata anche dal nome dell’antico monastero del casale di Lungro, «Santa Maria delle Fonti»/Shën Mëria e Ujravet.
Era il 2 maggio del 1156, quando Ogerio del Vasto, signore della contea di Brahalla (l’attuale Altomonte), con il beneplacito di Soffrido, vescovo di Cassano, concesse ad alcuni monaci basiliani il territorio antistante la chiesetta di Santa Maria de Fontibus, nei pressi del casale Lungrum. L’erezione del monastero di Santa Maria delle Fonti, permise ai monaci baroni di conquistare gradualmente la giurisdizione civile sulla popolazione e sul territorio e consentì al piccolo agglomerato rurale di svilupparsi autonomamente. Le molteplici regole e leggi feudali, tuttavia, ostacolavano lo sviluppo economico del borgo e frenavano l’incremento demografico, poiché una sorta di primogenitura feudale consentiva di contrarre matrimonio solo al primogenito, costringendo al celibato gli altri membri della famiglia. D’altro canto, il monastero andava acquistando sempre maggiore prestigio e in poco tempo divenne uno dei più importanti centri di spiritualità bizantina e cultura greca. Con il dissolvimento del sistema feudale, dopo il Regno dei Normanni (XII secolo) e il dominio degli Svevi (XIII secolo), l’abbazia e il casale attraversarono un lungo periodo di crisi che si acuì con il dominio degli Angioini prima, degli Aragonesi poi. A dare una svolta determinante e nuova linfa vitale al piccolo agglomerato rurale, fu l’insediamento di 17 fuochi (famiglie) di profughi albanesi che si stabilirono nel territorio lungrese nella seconda metà del XV secolo. Quando il sultano turco Murad II, dopo aver conquistato gran parte dei territori in Oriente, rivolse le sue mire espansionistiche verso l’Albania, Giorgio Castriota Scanderbeg (Gjergj Kastrioti Skënderbeu in albanese), valoroso comandante albanese dell’esercito turco, ritornò in Albania e organizzò la resistenza armata all’avanzata turca. Per circa 25 anni il popolo albanese, guidato dallo stesso Scanderbeg, riuscì a resistere alle offensive dell’impero ottomano e costituì un baluardo in difesa dell’Europa intera. Solo alcuni anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1468, i turchi riuscirono a scardinare la resistenza albanese ed occuparono il paese intero. In seguito a questi tragici eventi si registrò in Italia la più consistente migrazione di popolazioni albanesi che si compì a varie ondate.
Ancora prima della resa albanese, alcuni nuclei albanesi si erano stabiliti in Puglia, Calabria e Sicilia, nei feudi che Scanderbeg e gli altri condottieri albanesi avevano ottenuto dal re di Napoli, Alfonso I d’Aragona, in cambio dell’aiuto militare prestato nelle continue lotte contro i feudatari locali. Non pochi, però, furono gli spostamenti e i cambiamenti di zona che precedettero l’insediamento definitivo dei gruppi albanesi. La ricerca di buoni pascoli per il bestiame, l’adattamento all’ambiente e gli atteggiamenti più o meno favorevoli dimostrati dalle popolazioni autoctone furono cause importanti per la scelta dell’insediamento. Influirono, inoltre, fattori come la stipula dei “capitoli” (norme che regolamentavano il funzionamento degli uffici e delle magistrature locali). Dopo interminabili spostamenti e travagliate vicende, gli albanesi trovarono una buona accoglienza nei feudi calabresi di Geronimo Sanseverino, principe di Bisignano e signore di Altomonte, che aveva sposato Irene Castriota, nipote di G. Scanderbeg. L’insediamento di nuclei albanesi in prossimità del casale di Lungro risale al 1486, anno in cui il Sanseverino, nel concedere loro ospitalità, imponeva una tassa focatica (applicata su ciascun fuoco) di 20 ducati annui. I 17 fuochi albanesi, in poco tempo riuscirono a prevalere sull’esigua popolazione dell’antico borgo, tanto da imporre la propria lingua, il rito bizantino e gli usi orientali. Del resto, l’economia del paese beneficiò molto della manodopera albanese (ottimi pastori e contadini) che introdusse nuove tecniche di estrazione del salgemma. Essi, in breve tempo, diedero una nuova configurazione urbana all’abitato. Il rapido proliferare delle famiglie albanesi, raggruppate nelle ‘’gjitonie’’, consentì all’insediamento di acquisire il titolo di Universitas (1546), con cui si riconosceva agli abitanti il diritto di creare un’amministrazione cittadina. Così il borgo medievale, in pochi anni perse la sua identità italiana diventando marcata espressione della maggioranza di etnia albanese. Il monastero di Santa Maria delle Fonti, che già prima dell’insediamento dei transfughi attraversava un periodo di profonda crisi, venne abbandonato dai monaci nel 1525. Nella seconda metà del XVII secolo e durante il XVIII secolo, si intensificarono gli scontri tra le famiglie baronali dei Sanseverino di Altomonte ed i Pescara di Saracena. A Lungro si verificarono numerosi scontri politici per l’acquisizione di alcuni diritti baronali su feudi precedentemente contesi.
Gli strascichi della Restaurazione imposta dalla Santa Alleanza, a Lungro trovarono una immediata risposta e non tardarono a registrarsi numerose rivolte contro l’assetto politico imposto dal Congresso di Vienna. Lungro fu una città protagonista sin dai primi anni nel Risorgimento poiché, gia nel 1820, dei movimenti irredentisti di notevole portata costrinsero la polizia a mandare un giudice istruttore per reprimere gravi “misfatti” compiuti contro il governo borbonico. Già nel giugno del 1820, quindi, a Lungro era attiva la Carboneria che, ispirata dalle idee liberali della borghesia intellettuale lungrese, andava di anno in anno ingrossando le proprie fila. Un’ insurrezione contro la stessa tirannia borbonica si compì a Cosenza nel marzo del 1844. Essa vide la partecipazione di molti arbëreshë, tra i quali alcuni giovani lungresi come Pasquale Cucci e i fratelli Angelo e Domenico Damis. La rivolta ebbe esito negativo e venne sedata dai borboni. Ma l’avanguardia lungrese non sopì le sue spinte liberali: il 2 giugno 1848 sotto la reggenza del conte Ricciardi si costituì un governo provvisorio che nominò Capitano Domenico Damis. L’offensiva di Ferdinando II, nel frattempo, non si fece attendere e si concretizzò con l’avanzata delle truppe del generale Busacca che sbarcava a Sapri con 2500 uomini. Il 14 giugno Domenico Mauro giunse a Lungro dove con Vincenzo Stratigò, Domenico Damis, Pietro Irianni, Giuseppe Samengo ed altri 200 volontari lungresi raggiunse, il 15 giugno, le alture di Campotenese. Nello stesso giorno, dalla Sicilia, arrivava a Cosenza un contingente di 800 uomini comandato dal generale Ribotti. Il 27 giugno il Busacca sferrò un attacco alla compagnia di Giuseppe Pace, anche lui arbëreshë di Frascineto che, assistito dagli uomini di Stratigò e di Damis, riuscì ad ottenere una strepitosa vittoria costringendo il nemico alla ritirata. Di li a poco le truppe borboniche preparono l’offensiva con la marcia del generale Lanza che dalla Basilicata stava per congiungersi al Busacca presso Castrovillari. Così, i nostri, per spezzarne l’offensiva vollero tendere un agguato in un punto strategico: sul ponte del fiume Cornuto. Il compito venne assunto dai salinari lungresi, esperti guastatori, che in poco tempo riuscirono a far saltare il ponte. Nonostante questo, però, il 30 Giugno il generale Lanza riuscì a raggiungere Campotenese. Le cinque compagnie albanesi, comandate rispettivamente da Stratigò, Damis, Mauro, Baratta e Pace, avendo preso oramai coscienza dell’alto tradimento del generale Ribotti, si lanciarono disperatamente contro il nemico. Fu una lotta impari: i nostri, numericamente inferiori e provati dalle asperità delle battaglie precedenti, furono duramente sconfitti e costretti a ritirarsi. Così Lanza occupò Campotenese e si ricongiunse al Busacca nei pressi Castrovillari. Il 1° Luglio Stratigò e Damis insieme a Mauro scesero a Lungro dove sciolsero le compagnie. Nonostante questo, una sessantina di albanesi, tra cui molti lungresi, nella speranza di riaccendere la rivolta, si diressero verso il Cilento. La loro avanzata, però, venne subito bloccata dalle truppe borboniche. Per i misfatti del ’48 molti arbëreshë e molti lungresi furono incarcerati, relegati al domicilio coatto o espulsi dalla miniera di salgemma.
Tutta la borghesia albanese, educatori e studenti, parteciparono in massa alla rivoluzione del ’48 e continuarono a cospirare contro i Borboni fino all’Unità d’Italia. I rivoluzionari, durante questi anni, covavano le loro strategie. Le sommosse venivano duramente soffocate da una feroce repressione poliziesca. Il decennio di preparazione sfociò, come del resto era prevedibile, in una rivolta determinante e vittoriosa. A Lungro, il 16 Luglio 1859, Vincenzo Stratigò, costretto a latitare perchè ricercato dalla polizia borbonica, esaltando i successi delle truppe franco-piemontesi nelle battaglie di Palestro e San Martino, incitò i lungresi alla rivolta contro tiranno e riunì la popolazione nella piazza antistante la propria abitazione. Ancora una volta, però, la rivolta venne violentemente sedata e molte persone tradotte nelle carceri di Lungro e Cosenza. Così recita un articolo in prima pagina del Giornale del Regno delle Due Sicilie, n 156, del 19 luglio 1859 (Archivio famiglia Stratigò): “ Il 16 del corrente mese nelle ore pomeridiane, pochi forsennati del comune di Lungro cominciarono a percorrere l’abitato con grida sediziose incitando quella gente a fare altrettanto. Fra essi un Vincenzo Stratigò si diè ad arringare la popolazione, ed alcuni suoi complici si condussero al vicino comune di Firmo con lo stesso reo intento, ma fu vano il loro tentativo venendo assai male accolti da quegli abitanti. L’ordine fu ristabilito immediatamente all’arrivo del Sottointendente del Distretto e dalla forza di pochi gendarmi. Otto dei principali colpevoli sono già in prigione.” Il 6 maggio 1860 Domenico Damis partì con i Mille da Genova alla volta di Marsala. Dalla Sicilia avvisò i patrioti lungresi di prepararsi a seguire Garibaldi verso Napoli. Alla notizia del suo arrivo ben 500 volontari partirono dalla sola Lungro. Così Angelo Damis, capo legionario della zona, organizzò cinque compagnie guidate da altrettanti illustri lungresi come Vincenzo Stratigò, Cesare Martino, Pietro Irianni, Pasquale Trifilio e Giuseppe Samengo. Il 2 settembre, sotto una pioggia di fiori, Garibaldi arrivò a Castrovillari; insieme a lui Domenico Damis che prese il comando delle compagnie lungresi. Alla legione di Lungro si unirono quelle di Frascineto e Civita, costituendo così una brigata sotto il comando di Giuseppe Pace. Il 1 ed il 2 ottobre le truppe borboniche opposero una residua resistenza ai nostri. Nella battaglia del Volturno i lungresi combatterono valorosamente ottenendo una splendida vittoria. Tutt’oggi a Lungro parte della toponomastica è dedicata alle vicende Risorgimentali: tra le più famose vie e piazze vi sono Via dei Mille, via dei 500, Piazza XVI Luglio e Piazza Generale Damis.

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